L’inquinamento ambientale che causa l’aumento di CO2 nell’aria potrebbe non essere buono quanto sperato per le piante, nuove ricerche suggeriscono

L’inquinamento ambientale sta causando un aumento spropositato di anidride carbonica nell’aria. Questo è ormai un fatto. Gli effetti sulla salute delle specie animali è disastrosa – umani inclusi. Ma l’idea che l’inquinamento ambientale potesse risparmiare- o rinforzare – raccolti e piante faceva sperare per il futuro.

Purtroppo, due gruppi maggiori di piante hanno mostrato un sorprendente rovescio della medaglia. Il contatto con l’inquinamento ambientale e l’anidride carbonica è la chiave di questa inversione.

Durante un esperimento ventennale in Minnesota, un gruppo ampio di piante che aveva mostrato una super-crescita se irrorato con maggiori dosi di anidride carbonica ha invertito la rotta dopo 12 anni di sperimentazione. Nel frattempo, il medesimo trattamento ha creato una super-crescita di piante meno comuni, tra le quali molti tipi di erba.

L’inquinamento ambientale potrebbe dunque essere molto più distruttivo di quanto pensiamo anche verso piante e raccolti. Il professore Peter Reich della University of Minnesota afferma “Dobbiamo essere meno sicuri sulla reazione degli ecosistemi planetari all’inquinamento ambientale. Dobbiamo essere più preoccupati.”

Il gruppo di piante in questione è classificato C3 per il tipo di carbonio che produce – a tre molecole. Include il 97% delle piante, tra cui la maggior parte di quelle arbustive e a tronco. Il gruppo C3 potrebbe subire conseguenze devastanti causate dall’inquinamento ambientale. Il gruppo C4 di piante – principalmente erbacee che produno carbonio a 4 molecole – potrebbe invece giovare dell’aumento di anidride carbonica nell’aria.

Si è sempre pensato che il gruppo C4 fosse meno avido di anidride carbonica del C3 e che dunque l’inquinamento ambientale potesse solo migliorare l’apporto di anidride carbonica nelle C3. Così è stato nei primi 12 anni di ricerca. Improvvisamente, però, lo schema si è invertito, con una decrescita esponenziale del gruppo C3 e un rinforzo esponenziale nelle C4.

Secondo l’ecologista forestale Rich Norby dell’Oak Rodge National Laboratory in Tennessee c’era da aspettarselo. I suoi esperimenti nelle aree forestali hanno mostrato risultati simili. Norby tiene però a sottolineare l’importanza del fattore fertilità del terreno. Questo sarebbe fondamentale da accostare all’inquinamento ambientale, e dunque alla capacità delle piante di processare l’anidride carbonica.

L’azoto, in particolare, potrebbe essere parte della spiegazione del problema.

Se nei primi anni l’azoto era presente in abbondanza per il gruppo C3, il trend si è invertito per loro mentre cresceva esponenzialmente per il gruppo C4. I ricercatori sospettano che alcune differenze nella decomposizione delle piante in questione possa avere portato a questo risultato preoccupante.

Scoperte di lungo termine come queste rendono indispensabile comprendere meglio i processi di sintetizzazione dell’anidride carbonica delle piante erbacee, che coprono il 30/40 % della superficie non marina del globo.

Per quanto riguarda i raccolti, composti da gruppo C3 come il grano o di C4 come il granturco, il futuro e l’aumento di inquinamento ambientale pongono ancora più domande e dubbi sui possibili sviluppi. La chiarezza diminuisce se si considera che tutti i raccolti sono al momento estremamente controllati e irrorati di azoto, impedendo agli esperti di comprenderne il reale andamento.

Le durissime parole di Reich lasciano comunque poco spazio all’immaginazione: “tutto questo significa che non dovremmo essere così sicuri come siamo stati che gli ecosistemi siano davvero in grado di salvarci la pelle a fronte di questi cambiamenti”.

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