Uno studio sui genocidi perpetrati in Ruanda aiuta a spiegare le cause che conducono a simili, efferati crimini

Una serie di genocidi perpetrati durante il XX secolo ha lasciato una indelebile macchia di sangue nella storia. Uno dei più recenti sta fornendo copioso materiale di studio. Questo ci permette di comprendere un pò meglio perché alcune persone si abbandonano a certi atti efferati.

La tragedia dell’olocausto rimane un indimenticabile, tragico genocidio. Per tutta l’umanità. Un’ondata di violenza senza precedenti nel 1994 ha risvegliato l’importanza della consapevolezza e dell’informazione su questi temi. Stiamo parlando del sistematico sterminio dell’etnia Tutsi nel territorio nazionale del Ruanda, dove i 3/4 della popolazione ha subito le sorti dei peggiori genocidi della storia.

Non c’è garanzia che comprendere meglio dinamiche e ragioni che hanno condotto i componenti dell’etnia Hutu a commettere omicidi possa prevenire ulteriori atti di barbarie.

La ricerca vale comunque lo sforzo.

Comprendere le dinamiche dei genocidi ripercorrendo la storia conosciuta

genocidi, cause e connessioniI ricercatori possiedono un incredibile vantaggio sui fatti accaduti in Ruanda. Una volta concluse le ostilità, il governo decise di raccogliere informazioni massive sulle vittime dei genocidi e sui sospetti perpetratori attraverso richieste di informazioni e interviste su scala nazionale. I dati raccolti anche sotto il profilo giuridico/coercitivo restano a disposizione dei ricercatori. Lo studio ha in prima battuta rilevato una sostanziale omogeneità tra le due categorie precedentemente stabilite nei casi di genocidio: la gente “comune” e i leader politici o sociali.

L’inclinazione dell’individuo a prendere parte a fenomeni di violenza su scala etnica dipende da molteplici fattori di carattere personale e sociale. Il coinvolgimento nei confronti di determinate idee o filosofie ispirate dai “poteri forti” non compare tuttavia tra le ragioni scatenanti di base. 

L’idea che la gente sia davvero capace di seguire ciecamente gli ordini ricevuti è dunque da accantonare secondo  Nyseth Brehm, sociologo e ricercatore occupatosi dei genocidi in Ruanda per la Ohio State University a Colombus. In effetti, solo il 20% degli uomini Hutu hanno seriamente ferito o ucciso almeno una persona durante i genocidi.

4 uomini su 5 non hanno dunque partecipato alle violenze. Perchè? E soprattutto, alla faccia delle teorie sulla psicologia di massa e sulla perdita di distinzione individuale. Omar McDoom – ricercatore della London school of Economics and Political Science – sostiene che le cause dei genocidi sono più verosimilmente riconducibili a cause contingenti, legate al singolo. Il desiderio di difendere il proprio Paese  dai nemici, l’opportunità di derubare il vicino Tutsi delle sue proprietà per espandere le proprie, vivere in zone del Paese dove la violenza è all’ordine del giorno, fare parte di una famiglia o una cerchia di amici che hanno già assistito o partecipato a fenomeni di violenza e genocidio. Queste le cause scatenanti secondo McDoom – e Brehm non può che concordare.

Genocidi e innesco locale

Spesse volte, i genocidi fanno parte di un lungo decorso di inasprimento di un conflitto pre-esistente. In Ruanda, i ribelli Tutsi attaccarono il governo a maggioranza Hutu, dando inizio alla guerra civile ben prima del 6 Aprile 1994, data che ha segnato l’inizio delle violenze di massa dopo l’uccisione del Presidente della Repubblica. Le stime attuali riportano una conta che va dalle 500.000 alle 1.2 milioni di vittime.

Gli anni ’90 videro effettivamente in atto in Ruanda una vera e propria macchina di morte. Politici, uomini d’affari, soldati e altri si consorziarono proferendo enormi sforzi di reclutamento e incitamento alla guerra contro gli “scarafaggi”, ovvero la popolazione Tutsi. Sulla falsa riga della propaganda nazista, questa etnia venne paragonata a un insetto infestante il territorio del Ruanda.

Secondo le ricerche di Brehm, la disposizione geografica del genocidio ci può concedere uno sguardo molto più oculato sui fattori scatenanti. La divisione del Ruanda in 145 Comuni – 142 dei quali sotto l’attenta lente dei ricercatori – ha permesso di costruire una “mappa delle violenze”: Comuni che hanno registrato meno di 70 uccisioni fanno da contraltare ad altri che hanno raggiunto 54,700 omicidi.

genocidi: mappa dello sterminio TutsiI Comuni che hanno registrato le soglie più basse di uccisioni sono i Comuni in cui il tasso di matrimoni e occupazione erano tra i più alti. Allo stesso tempo, le aree geografiche in cui il tasso di alfabetizzazione era molto alto hanno registrato un tasso di violenze incredibilmente elevato. Dato rimarchevole se comparato all’efficacia della propaganda scolastica anti-Tutsi, rigidamente applicata in diversi sistemi di educazione.

Il volto dei fautori del genocidio

Gli uomini adulti Hutu – specialmente la fascia dei trentenni – è stata molto attiva nei fenomeni di genocidi, adducendola a via privilegiata per “fare la propria parte” nella difesa della Nazione contro le minacce esterne. I perpetratori più accaniti tendevano inoltre a radunarsi intorni a gruppi familiari, per cui i parenti di eventuali perpetratori tendevano maggiormente a seguirne l’esempio.

Sfortunatamente, i genocidi più attivamente coinvolti sono riusciti a mantenersi abilmente lontani dai sistemi di monitoraggio quali Giustizia e Scienza. Oramai lontani dal Paese, questi assassini tendevano a raggrupparsi in bande capaci di uccidere decine di migliaia di persone per singola sortita. Meno influenti e potenti dei vertici statali, questi “assassini di mezzo” hanno dimostrato di essere meglio equipaggiati e più efficaci di molte altre forme di sterminio perpetrate. Queste le considerazioni Cyanne Loyle, scienziata politica alla Bloomington in Indiana.

La virtù della violenza nei genocidi

Le interviste raccolte dai fautori del genocidio rimasti nel Paese rivelano che le ragioni che hanno condotto i singoli a tali barbarie sono molteplici – odio verso i Tutsi, la percezione di una minaccia per il proprio Paese che andava difeso, desiderio di rivendicare proprietà appartenenti ad altri, una causa popolare da abbracciare. L’obbedienza cieca ai poteri forti rientra a malapena all’interno di questa variopinta lista. Niente di più lontano dalle teorie che lo psicologo Stanley Milgram ha proposto nel suo testo “Obedience to Authority”. Un elemento, tuttavia, accomuna le scoperte fatte dagli studiosi del conflitto in Ruanda con le teorie di Milgram: i portatori di morte in Ruanda si sentivano essere personificazione della volontà popolare, giustificati e addirittura mossi dalla causa collettiva.

Portatori di virtù e di buone azioni dunque più che individui alle prese con i loro desideri.

Secondo Alexander Haslam, psicologo e docente alla University of Queensland in Australia, il quadro di riferimento ad oggi basato sulle teorie di Milgram a proposito dei genocidi necessita alcune revisioni alla luce delle recenti scoperte. Se infatti Milgram aveva già positivamente intuito l’aderenza innegabile dei suoi esperimenti a fenomeni di genocidi reali, spiegare le concatenazioni registrate secondo il principio dell’obbedienza è incompleto se non addirittura inesatto. Ricevere l’ordine di uccidere o nuocere a qualcuno ha valenza e possibilità di messa in atto solo per quelle persone che è possibile definire “seguaci motivati” e non conformisti passivi.

Triste a dirsi, queste nuove scoperte riescono solo ad aumentare il grado di orrore che ogni cronaca di genocidio rilascia tutt’intorno.

 

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